# L'atomica e' tutta intorno a te...

Scritto il 04/10/2007 07:44
Ghedi è un comune di 16.785 abitanti della provincia di Brescia. A Ghedi ha sede il 6° Stormo dell'Aeronautica Militare, con il relativo aeroporto di Ghedi-Castenedolo. In questa base ci sono 40 missili a testata nucleari di proprietà degli Stati Uniti d'America dati in conto alla NATO. Qua sotto c'è un articolo articolo apparso sul sito del Corriere Della Sera il 6 maggio 2002.

A Ghedi, l’ultima base delle atomiche «italiane»

Nel Bresciano sei bombe nucleari Usa destinate ai nostri caccia. Il bunker sotterraneo dove la Guerra fredda non è ancora finita.

Martedì a Pratica di Mare finirà la Guerra fredda. Ma in Italia ci sono due basi dove l’allarme atomico non è mai cessato. Una è notissima: Aviano, la grande struttura statunitense che sorveglia i Balcani. L’altra invece è nel cuore della Lombardia, a meno di cento
chilometri da Milano: a Ghedi nel Bresciano un bunker sotterraneo protegge le ultime bombe termonucleari americane presenti in un aeroporto italiano. Almeno sei ordigni, con la potenza distruttiva di ottanta Hiroshima. Sono nelle mani di duecento soldati Usa, premiati con indennità speciali e tenuti continuamente in stato di allerta. Un arsenale attivo dagli anni Sessanta, in attesa dell’ordine che tutti speravano non dovesse mai arrivare: in caso di attacco sovietico, le bombe sarebbero state agganciate sotto le ali dei caccia italiani. In un hangar a bordo pista due jet erano sempre pronti al decollo, per incenerire i comandi dell’Armata rossa nei Balcani. Ma la missione è stata superata dalla storia: non ci sono più orde di tank schierate per invadere la frontiera orientale, il Patto di Varsavia si è dissolto e i bersagli di una volta sono diventati i nuovi alleati. Il muro di Berlino è crollato, anche l’Urss è scomparsa senza che nei depositi d’acciaio di Ghedi sia cambiato nulla: l’allarme prosegue, notte e giorno. «Endeavor to persevere», lo sforzo di perseverare: così recita il motto dei custodi dell’atomica bresciana.

SEGRETO INTERNAZIONALE - La presenza degli ordigni a Ghedi non è mai stata confermata ufficialmente: la politica di Washington è quella di non fornire mai informazioni sulle dotazioni nucleari dei reparti all’estero. E’ un comportamento che spesso ha provocato scontri con alcuni degli alleati, in particolare con il Giappone dove la memoria di Hiroshima e Nagasaki resta forte. Ma numerose fondazioni americane si sono dedicate a penetrare il muro del silenzio, sfruttando le notizie raccolte dal Congresso e i documenti contabili resi pubblici negli Usa, per tracciare la radiografia degli arsenali. Lo studio più importante è stato completato da due esperti del «Bollettino degli scienziati atomici», l’organizzazione che promuove l’«orologio dell’apocalisse»: le lancette che indicano all’umanità il livello di pericolo dell’olocausto nucleare. Secondo il dossier curato da William Arkin e Robert Norris, il deposito bresciano venne costruito nel ’63 e gestito da un’unità speciale, il «Detachment 1200» dell’aviazione Usa. Il reparto ha cambiato nome tre volte: oggi si chiama «831° squadrone supporto munizionamento», i «centurioni» di Ghedi. Il simbolo mostra infatti un elmo da centurione, una spada e le sagome di due caccia italiani: come a dire, noi siamo la testa e la lama degli alleati.

IL BUNKER - Il primo deposito sotterraneo è stato completamente ricostruito tra il ’94 e il ’96 secondo le nuove tecniche di sicurezza: oggi non c’è solo il pericolo di attacchi dal cielo, ma anche quello di incursioni terroristiche. Per questo ora ogni ordigno dispone di una sua «bara» corazzata mentre prima erano custoditi tutti insieme. Sono state costruiti undici «loculi», alcuni rimasti vuoti: si stima che le bombe presenti siano almeno sei. Nel giugno ’97 sono cominciati gli esami per provare l’efficienza della nuova struttura. Test per verificare la resistenza delle pareti e degli impianti speciali, ispezioni improvvise per controllare la riservatezza di codici e radio, raid notturni di parà per studiare la prontezza dei difensori. Tre anni di esercitazioni, poi è stata concessa la piena operatività del comando. Prima dell’11 settembre non era difficile trovare su Internet disegni e foto di questi bunker, detti in codice Ws3 e costruiti nei Paesi della Nato secondo lo stesso progetto. Ma dopo l’attacco alle Torri Gemelle tutte queste pagine web sono state oscurate. Paradossalmente, la censura non ha colpito il sito del reparto di Ghedi (http://www.aviano.af.mil/Ghedi/index.htm), dove non si fa mai cenno alle testate ma c’è uno scorcio della «cripta»: un’immagine confusa tra altre, con una squadra di tecnici che si addestra a innescare una testata.

LE BOMBE - Gli ordigni di Ghedi sono del tipo B-61, la bomba termonucleare americana costruita in più esemplari. E’ un’arma tattica, non destinata alla rappresaglia sulle metropoli nemiche: doveva servire per spazzare via le divisioni di carri armati sovietici nei Balcani. La potenza delle testate è compresa tra 0,3 chilotoni e 300 chilotoni, a seconda dei modelli: si ritiene probabile che a Ghedi gran parte sia da 200 chilotoni, ossia tredici volte l’ordigno che distrusse Hiroshima. Ogni arma può cancellare tutto nel raggio di un chilometro e uccidere qualunque persona su un’area tripla: in pratica, con una sola bomba si può distruggere Milano. Ma le procedure di sicurezza adottate dal Pentagono dovrebbero escludere il rischio di incidenti catastrofici. Inneschi e testate sono custoditi in locali separati: non è possibile che ci sia un’esplosione per errore. L’attivazione, poi, segue il principio della «doppia chiave»: occorrono due persone per rendere operativi i congegni, eliminando così l’incubo di gesti folli come quelli descritti da Stanley Kubrick nel «Doctor Strangelove».

SOVRANITA’ USA - Le bombe sono nelle mani del personale americano: l’unica autorità è quella del Pentagono. Fino al ’91 esisteva un altro bunker gemello: a Rimini, poco lontano dallo scalo di Miramare affollato di charter e turisti. Poi le atomiche sono state trasferite, perché dopo l’inizio del conflitto in Jugoslavia la postazione è sembrata troppo esposta. Ma sono rimaste in Italia, nella misteriosa «Area D» di Aviano dove l’anno scorso sarebbero state spostate anche le testate ritirate dalla Grecia: oggi nell’«Area D» dovrebbero esserci diciotto bombe termonucleari. Aviano è una struttura che gode di un’ampia extraterritorialità ma anche nell’aeroporto italiano di Ghedi le regole non cambiano: i nostri militari non hanno nessun potere sulle bombe. Dalla mensa al campo di basket, tutte le installazioni degli americani sono autonome e separate, sempre sorvegliate da «centurioni» in tuta mimetica. Un presidio fuori dal tempo, che ricorda la fortezza del «Deserto dei tartari» in perenne attesa di un nemico inesistente. Martedì proprio in Italia la Russia farà il primo passo per entrare nella Nato; l’altroieri Putin e Bush hanno deciso di dimezzare il loro arsenale nucleare: forse questo disarmo potrebbe partire da Ghedi, arsenale di una guerra finita ormai da dieci anni.

Gianluca Di Feo

Ma c'è dell'altro!! Sul ControllArmi – Rete italiana per il disarmo vi è un articolo, tratto da Famiglia Cristiana del 3 luglio del 2005, dove viene fuori l'ammissione della presenza delle testate atomiche da parte dell'Aeronautica Militare Americana. E il nostro ne era a conoscenza.

Vivere a Ghedi, una base con 50 testate atomiche

Il Governo italiano ha sempre negato la presenza degli ordigni, ma un documento dell'Aeronautica militare Usa invece conferma e raccomanda cautela in caso di maltempo.

In un documento interno dell'Aeronautica militare americana, datato 24 febbraio 2004, si raccomanda di non trasportare armi nucleari fuori dai silos sotterranei in caso di maltempo. Il motivo di tanta cautela è semplice: nel 1997, in una base Nato europea, durante una di queste operazioni di manutenzione, un fulmine colpì l'hangar nel quale erano state portate alcune testate nucleari, rischiando di provocare un'esplosione. Sempre nello stesso documento, una tabella indica la dotazione di bombe atomiche in alcune basi europee. La prima della lista è quella di Ghedi, una cittadina in provincia di Brescia: secondo il documento vi sono custodite sei bombe termonucleari del tipo B61, con una potenza distruttiva pari a 80 volte quella della bomba sganciata su Hiroshima nel 1945.
Hans Kristensen, analista militare di un'associazione americana, la Natural Resources Defense Council di Washington, ha rivelato di recente che gli ordigni presenti nell'aeroporto bresciano sarebbero molti di più: 40, per la precisione, cui vanno aggiunte altre 50 bombe custodite nella base di Aviano. Mentre quest'ultima gode di un'ampia extraterritorialità, l'aeroporto di Ghedi è una struttura a tutti gli effetti italiana. Al suo interno sono presenti circa 1.500 militari italiani, il 6° Stormo, insieme a un centinaio di americani: l'831° squadrone supporto munizionamento, più noti come "i centurioni di Ghedi" per via del loro simbolo, che hanno il compito di provvedere alla manutenzione e allo stoccaggio delle bombe presenti nella base. Da qui sono partiti i Tornado italiani che hanno partecipato alla prima guerra del Golfo nel 1991 e alla missione in Kosovo nel 1999.
Ordigni ormai inutili
Ma qual è il rischio effettivo in caso di incidente o di attentato terroristico alla base? «È molto difficile da valutare, perché finora casi simili non si sono mai verificati», spiega Nicola Cufaro Petroni, fisico teorico all'Università di Bari e segretario generale dell'Unione scienziati per il disarmo, un'associazione attiva da oltre vent'anni, che riunisce un centinaio di accademici italiani. «In linea di principio un ordigno di quel tipo non dovrebbe poter esplodere in nessun modo, se non con l'attivazione dei codici, anche nell'ipotesi di un attacco terroristico che riuscisse a far esplodere una bomba all'interno della base. Ma si ragiona solo a livello di ipotesi. E comunque, secondo me, il problema è un altro: a che cosa servono queste bombe? Forse potevano avere un senso durante la guerra fredda, ma ora sono solo un pericolo. La mia opinione è che si tratti di un calcolo di opportunità politica: il fatto di possedere armi tanto potenti consente ai Paesi europei che le ospitano di far parte di alcuni organismi in cui si pianificano le azioni militari. In pratica, di contare di più all'interno della Nato».
I Governi italiani che si sono succeduti negli ultimi anni hanno sempre negato la presenza di bombe nucleari nella base di Ghedi, ma in paese sono tutti convinti del contrario, a iniziare dal sindaco, Anna Giulia Guarneri che, ironia della sorte, di professione fa la radiologa: «Ufficiosamente è dalla metà degli anni Ottanta che sappiamo dell'esistenza delle bombe. Il personale che lavora alla base risiede a Ghedi, molti hanno sposato delle ghedesi, e le notizie prima o poi vengono fuori. In quanto sindaco, sono la prima responsabile della sicurezza dei miei cittadini e più volte mi sono rivolta alle autorità per avere informazioni e sapere che cosa fare in caso di emergenza. Nessuno mi ha mai dato una risposta».
Una base a rischio attentati
Nel 2003 e nel novembre scorso alcuni parlamentari hanno potuto visitare la base. Con loro c'era anche Carlo Di Giovambattista, del Brescia Social forum: «Durante la prima visita, i militari sono stati molto più disponibili a rilasciare informazioni. Il comandante di allora, Gianmarco Bellini, il pilota che guidava uno dei due Tornado italiani abbattuti durante la prima guerra del Golfo, ci fece anche vedere uno dei tre bunker della base in grado di resistere a un attacco atomico, chimico o batteriologico. Nella seconda visita, invece, il nuovo comandante, Nicola Lanza de Cristoforis, ci disse che c'era stato un giro di vite sulle informazioni, dato che la minaccia maggiore ora non derivava più da un nemico esterno, ma interno: in pratica, dalla possibilità di attentati terroristici. Per questo motivo, ci fece capire che non vedeva di buon occhio lo sviluppo di attività civili attorno all'aeroporto».
Le preoccupazioni del comandante appaiono fondate se si pensa che quella di Ghedi è una zona a forte urbanizzazione, in cui è previsto il passaggio della nuova linea ferroviaria ad alta velocità, la costruzione di un grande centro commerciale, nonché del nuovo stadio di Brescia. A circa un chilometro dalla base, inoltre, c'è l'aeroporto civile di Montichiari. La vicinanza è tale che, poche settimane fa, un piper per errore è atterrato sulla pista della base militare. Fino a qualche anno fa, infine, a 500 metri dall'aeroporto militare era attiva una fabbrica di esplosivi. È stata chiusa. Ma solo dopo un incidente nel quale sono morti tre operai.
Jogging nella base
Anche noi siamo riusciti a visitare la base. È bastata una semplice telefonata. Non solo, il comando ci ha dato il permesso, ovviamente sotto la guida di un militare, di scattare delle foto all'aeroporto. L'appuntamento è fissato per il pomeriggio. Il comandante Lanza de Cristoforis non c'è e ad accoglierci troviamo il capitano Massimo Cionfrini, che cura le relazioni con l'esterno. Sarà lui la nostra guida all'interno della base, che copre un perimetro di circa quindici chilometri.
L'entrata è protetta da enormi blocchi di cemento gialli. Ce ne sono altri subito dopo aver varcato l'ingresso. Sono stati messi dopo l'11 settembre, ci spiega il capitano Cionfrini, per fronteggiare eventuali attacchi di terroristi kamikaze. Appena entrati, spicca un cartello sul quale è scritto "Bravo": è l'indicatore del livello di allarme, «medio-basso», aggiunge il capitano. Su un'auto percorriamo i viali che si addentrano nella base: c'è un campo da tennis, una piscina, un bellissimo salone per i ricevimenti. Ogni tanto passa un mezzo corazzato e si sente il rombo di un Tornado in partenza per chissà dove. L'atmosfera è, insomma, molto tranquilla. Di militari in giro se ne vedono pochi. In compenso, si vedono gruppetti di uomini e donne in pantaloncini correre sotto il sole cocente: sono americani che fanno jogging e che non possiamo fotografare. Ovviamente, sulla presenza di armi nucleari, l'ordine è quello del silenzio assoluto. Il nostro breve giro è al termine. All'ingresso, sta per entrare un omone in canottiera su un trattore: è venuto a tagliare l'erba. Al momento del congedo, il militare che ritira i nostri pass e ci riconsegna i documenti abbozza un sorriso e ci augura buon lavoro. Probabilmente anche loro non sono molto contenti di dover camminare ogni giorno su chissà quante bombe.

INTERVISTA: Siamo sicuri. E' tutto segreto
Lo scorso marzo per la prima volta il Governo, in risposta a un'interpellanza parlamentare, ha ammesso la presenza di armi nucleari sul suolo italiano, pur non specificando la loro collocazione. La stessa posizione è ora ribadita dal sottosegretario alla Difesa Francesco Bosi. Con alcune interessanti novità.
Senatore Bosi, queste bombe ci sono o no? Se sì, dove si trovano?
«Le pare che un Paese civile possa dare queste informazioni? Così, se qualcuno vuole fare un attentato...».
Può almeno dire quante sono?
«Posso solo dire che da quando è caduto il Muro di Berlino c'è stata una riduzione di circa l'80 per cento delle bombe custodite, in condizioni di massima sicurezza, nei Paesi che fanno parte della Nato, sia in quelli produttori di armi nucleari, sia in quelli non produttori, come noi».
Secondo la legislazione italiana, il nostro Paese può detenere questo tipo di armi?
«Sì, in virtù di accordi internazionali sottoscritti dall'Italia e approvati dal Parlamento. Non possiamo dire: "Usufruiamo di una protezione, però le armi le devono tenere gli altri"».
I parlamentari che hanno presentato l'interpellanza hanno in particolare fatto riferimento a un accordo segreto per la difesa nucleare in Europa tra Stati Uniti e Italia, denominato "Stone ax", che sarebbe stato rinegoziato dopo il 2001, e del quale il Governo ha sempre negato l'esistenza...
«Si tratta di un accordo che non ha bisogno di particolari approvazioni, perché non modifica i termini fondamentali della questione: siamo in una fase di riduzione degli armamenti, non di nuovi impegni».
Quindi non è necessaria una discussione parlamentare sull'argomento?
«No. Se io devo chiudere una base perché non è più necessaria, non occorre che vada in Parlamento. Ci vado quando mi assumo un nuovo impegno, per esempio se voglio costruirne una nuova».
Cosa risponde al sindaco di Ghedi che chiede maggiori informazioni per fronteggiare eventuali situazioni di emergenza?
«Rispondo che questo è un problema che non si deve porre il sindaco. Sono questioni che vengono affrontate dalla Difesa italiana, in accordo con i Paesi dell'Alleanza atlantica».
Quindi gli abitanti di Ghedi possono stare tranquilli?
«Tutti nel nostro Paese devono stare tranquilli. Nessuno vuole mettere in pericolo la popolazione. In ogni caso, la miglior sicurezza è la segretezza. Non è mai successo nulla e nulla mai succederà finché sarà così».

Come vedete, per l'atomica non c'è bisogno di andare in Iran o in Corea...

Link Utili


Articolo originale ControllArmi

http://www.stpauls.it/fc/0527fc/0527fc48.htm

Articolo originale Corriere della Sera

www.corriere.it/Primo_Piano/Cronache/2002/05_Maggio/26/nuke.shtml

Comitato per la rimozione degli ordigni atomici dal suolo italiano

www.vialebombe.org/node

Gruppo disarmo Atomica di Brescia

beppegrillo.meetup.com/55/messages/boards/view/viewthread
categoria: atomica
commenti: commenti (2)(popup) | commenti (2)